Web design. L’oggetto complesso, semplice per necessità

Qual è l'equilibrio tra l'originalità nel design di un sito e il rispetto degli obiettivi per cui è stato creato?

di Alessio Di Bartolo

Cerca “design” su Google: ti viene in immediato soccorso (avevi dubbi?) Wikipedia: il design è

attività alla base della costruzione/realizzazione di un oggetto complesso, materiale o concettuale

(Se invece vogliamo parlare di Seo: occhio che se cerchi “cos’è il design” viene fuori ovviamente il famigerato box con la risposta rapida. E poi: sono un umanista mio malgrado, estasiato da Wikipedia per la disponibilità delle informazioni oggettive – penso alle tesi di laurea – e scettico non appena arriva la scepsi. Fine del disclaimer).

Da qui in avanti, passiamo al design di quello che ci occupiamo: il design della comunicazione. Design di siti web, tradizionale graphic design, copywriting  – e molte altre attività contenute nel mondo professionale della comunicazione – sono attività che confinano con la produzione artistica. Perché ne condividono  strumenti, metodi e l’insostituibile componente di invenzione.

Ora, non è certo questo il contesto per avventurarsi in tassonomie, speculazioni sui confini delle arti (e dei loro ulteriori confini con le applicazioni e la comunicazione commerciale), o ricostruzioni di quanto è già stato detto o dibattuto in questo senso. Anche perché non sono proprio fresco di studi, e mi sentirei un po’ vulnerabile :)

Ritorniamo nel più rassicurante recinto del design della comunicazione: in particolare, dei siti web.

Qual è il sottile equilibrio da raggiungere quando si crea un sito web, nelle possibilità di distinguersi per originalità e ricerca nel design senza compromettere irrimediabilmente l’usabilità del sito?  E dunque, in soldoni: senza mettere a rischio il raggiungimento degli obiettivi per cui è stato creato?

Di recente ho letto un intervento sul blog di Moca Interactive, che con la sua semplicità divulgativa ha riassunto tutto quello che dico e ci diciamo sempre qui, in eilice. Che (ci proviamo…) guida il nostro atteggiamento nei confronti del web design.

Riassumendo in una citazione: “La creatività sta proprio nel saper muoversi entro i vincoli, trovando soluzioni non banali nonostante questi ultimi”.

E restringendo alla mia personale weltanschauung: tentare di stupire sovvertendo le abitudini di navigazione non solo è poco sensato, è un atteggiamento immaturo nei confronti del proprio ruolo e del cliente.

Design della comunicazione non significa realizzare oggetti estetici (su qualsiasi materiale e canale) o software fini a se stessi e chiusi in se stessi.

Design della comunicazione non significa realizzare oggetti estetici (su qualsiasi materiale e canale) o software fini a se stessi e chiusi in se stessi.

Probabilmente questa prospettiva ha a che vedere con il nostro tipo di formazione, esperienza. Sì: anche il modo di guardare al ruolo concreto della comunicazione, con un occhio sempre puntato su problemi da risolvere, obiettivi, misurazioni, incroci organici con il marketing digitale.

E soprattutto, perché non è più possibile pensare di partecipare a progetti articolati senza mettere in conto di collaborare con professionisti di discipline concomitanti, dove le specializzazioni sono sì diverse, ma il linguaggio e la capacità di convergere agli obiettivi devono essere comuni. Che poi non tutti i progetti riescono come si vorrebbe è da mettere in conto. Ma il proposito dev’essere chiaro.

Argomento che meriterebbe un intervento più articolato – e documentato! Il mio pocket in questo senso è già più che attrezzato di questi appunti un po’ così, della domenica. A metà tra il flusso futurista e la semplice indolenza. Più la seconda.

Un aneddoto a futura ispirazione del post che scriverò forse scriverò.

Le lezioni di Marco Vecchia alla Statale (chissà perché in un piano di studi letterariamente filosofico e aggiungete tutti gli avverbi più fané che conoscete) sono l’esperienza che mi ha fatto pensare alla comunicazione professionale come una cosa che potesse piacermi sul serio (quando non sapevo neanche cosa volesse dire e, per intenderci sui tempi: la mia casella di posta era libero.it, avevo un Nokia 1100 ereditato dalla sorella maggiore e che mi hanno borseggiato in metropolitana, social era solo il centro che non frequentavo, e la Rickembacker che adesso è appesa al muro alle mie spalle di solito preferivo suonarla piuttosto che esporla. Ed ero certo che avrei lavorato nel mondo del teatro di prosa. Per dire).

Una citazione su tutte? Avevamo fatto un approfondimento monografico sulla case history di un noto marchio di caffè, che con il primo spot televisivo aveva raccolto molto interesse e nessun risultato (perché il brief – lo dico oggi – in sostanza non era stato rispettato). Risultato? “Le pubblicità premiate di solito non vendono”.

Un po’ dritto per dritto, ma non l’ho più scordato (ma nel libro non c’è scritto, se non ricordo male).

Alessio Di Bartolo

Mi occupo di design della comunicazione - cose digitali, soprattutto. Insieme alla mia squadra aiuto società grandi e piccole a trovare voce, luoghi, strategie e azioni che fanno al caso loro.